LA SORANA iN PUNTA Di CABERNET


A volte capita che qualche amico voglia svuotare la propria cantina portandoti delle bottiglie quando viene invitato a cena.

A volte va bene e si stappano super bottiglie, altre volte invece ti capitano dei rossi un po’ stanchi, diciamo che non hanno più carattere, nulla da raccontare, gli rimane solo una buona dose d’alcol.

Ecco, quando succede il mio commento è: “questo va ben par i brasati” e lo ritappo.

Qui si potranno arrabbiare i veri cultori della cucina, specialmente piemontesi, perché per fare un gran brasato ci vogliono dei grandi vini.

So bene che sarebbe la cosa giusta da fare, ma come dico sempre, vengo da una famiglia semplice la quale non avrebbe mai aperto/sprecato una buona bottiglia per metterla in un arrosto…sbagliando!

Quindi diciamo che per tradizione mi son ritrovato ad avere un paio di queste bottiglie di cabernet e in pochi giorni dovevo trovare una scusa per cuocere un arrosto al vino rosso.

Manco a farlo apposta mi son trovato in macelleria al momento giusto, ovvero quando l’amico Luca stava sezionando un quarto di sorana. Mentre tagliava con la massima serenità il costato, mi racconta che la parte che ne restava era uno dei suoi pezzi preferiti: “la punta de braxola”.

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Detto fatto, Emiliano si procura una retina e una volta arrotolata la insacca con un colpo da maestro. Non vi dico la felicità di Mattia una volta arrivato a casa (è un carnivoro da fare invidia ai Flinstones) decidiamo quindi, che “la so morte xe in tecia col vin”.

Mettiamo 2 spicchi d’aglio e uno scalogno intero a  fuoco medio per profumare una generosa dose d’olio buono, una volta aromatizzato andremo a toglierle e inizieremo a rosolare il rotolone, piano piano da tutti i lati, salando ogniqualvolta ci si palesa la parte rosolata e croccante.

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Una volta sigillato il tutto è il momento del vino, non so se nella ricetta originale vada scaldato prima, sinceramente non mi sono documentato, diciamo che nel nostro caso è andato direttamente dalla bottiglia alla pentola.

Portiamo il fuoco al massimo per fare evaporare il grosso dell’alcolicità, dopo alcuni minuti rimettiamo l’aglio e lo scalogno (tenuti da parte per non bruciarli nel tempo di rosolatura della carne) con l’aggiunta di un paio di carote a pezzettoni e copriamo il tutto.

Abbassiamo il fuoco e auguriamogli buon riposo.

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Non dimentichiamoci mai di lui, ogni tanto un quarto di giro e poi di nuovo coperto, così per 3 orette, che poi è sempre tutto relativo: dipende dal tipo di carne, dalla frollatura, dallo spessore, da molte cose. Il cibo va guardato, ascoltato, toccato e assaggiato.

Bene, la cosa migliore a questo punto è togliere i profumi, filtrare il sugo, frullare le carote, unirle al “pocio” e farlo andare un po’ da solo per farlo restringere, NON USATE FARINE O ALTRO, basterà far evaporare gran parte del liquido e poi andrà benone.

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Non ci resta che affettarlo leggermente grosso e riadagiarlo nel delizioso nettare tenebroso, servitelo ben caldo accompagnato da un purè di patate, magari fatto con le patate!

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